27/01/2009

L'AMIANTO E' UN MALE NON ANCORA SCOMPARSO

amianto.jpgPubblichiamo un'interessantissimo documento nel quale si fà una panoramica sullo stato dell'arte riguardante il problema AMIANTO, a livello nazionale e non solo.

Relazione riunione nazionale FIM-CISL, FIOM-CGIL, UILM-UIL su Amianto

Nella sola Lombardia risulta, da un telerilevamento effettuato dalla Regione, che ci siano due milioni di metri cubi di amianto non ancora smaltiti.
Innumerevoli sono i siti industriali dismessi contaminati dall'amianto, che dal 1992 dovevano essere messi in sicurezza e bonificati.
Tantissime sono le discariche abusive e i depositi non controllati dove si è smaltito l'amianto.
Poche sono le regioni e le province che hanno censito la presenza di amianto e avviato i piani di bonifica. Sono frequenti i casi in cui, in realtà lavorative, ci giungono segnalazioni e denunce, sul fatto che gli impianti e/o gli ambienti di lavoro non sono stati bonificati, per cui permane l'esposizione professionale e/o ambientale al rischio amianto, senza che peraltro siano garantite le misure di prevenzione/protezione, né adottate le misure di sorveglianza sanitaria previstaedalla legislazione.

Non dimentichiamo che tuttora in Russia, in Cina, in Canada e in altre parti del mondo, l’amianto è ancora prodotto (oltre 2 milioni di tonnellate annue) e utilizzato, per cui possiamo trovarlo in manufatti importati, sulle navi mercantili che sostano nei nostri cantieri di riparazione navale, nelle centrali termo-elettriche e nei siti industriali in cui lavorano le nostre imprese d'installazione d'impianti.
La Svizzera è -ad esempio -un paese che non ha ancora messo al bando l'amianto, così come l'India e gran parte dei paesi asiatici (il Giappone l'ha bandito solo da alcuni anni, così come hanno fatto diversi Stati del Brasile).
Per gli interessi delle grandi multinazionali che lo estraggono e lo commercializzano e delle aziende che ancora lo usano, sono ancora fortissime le resistenze a una messa al bando internazionale dell'asbesto.
In Europa, alla fine degli anni novanta, è stata approvata una direttiva che ne prevede il bando in tutti gli Stati membri dal gennaio 2005, ma mancando una normativa che ne imponga la bonifica, lo possiamo trovare ancora oggi in gran quantità e in condizioni sempre peggiori per via
del deterioramento causato dal tempo.
L’amianto, quindi, è ancora un rischio professionale, sanitario e ambientale di proporzioni catastrofiche.
Secondo l'OIL ogni anno muoiono al mondo oltre cento mila persone per tumori asbesto correlati: 70 mila carcinomi polmonari e 44 mila mesoteliomi pleurici. In Italia si sono registrati dal 2001 al 2007 circa mille casi di morti l'anno per mesoteliomi pleurici (fonte ISPESL), numero destinato a crescere intorno ai 1.200 casi fino al 2015-2020. Ai mesoteliomi bisogna aggiungere i carcinomi polmonari (si stima che siano circa 3 mila) e una media di 560 casi di asbestosi all'anno (fonte INAIL) dal 2003 al 2007.
La media annua di denunce all'INAIL per neoplasie asbesto correlate è di 750 casi l'anno, quindi solo un quarto delle stime ISPESL.

Ho voluto introdurre la riunione riassumendo questi dati perché continuo a dubitare che le istituzioni, così come la società civile, abbiano recepito le reali dimensioni del problema amianto.
E' cresciuta una giusta intolleranza verso gli infortuni mortali sul lavoro, ma non verso le “morti silenziose” dovute a malattie di origine professionale, tra cui l'amianto.
Sulla dimensione del fenomeno dei tumori correlati al lavoro (tra sei e otto mila casi per anno), non c’è un’effettiva percezione e consapevolezza, nemmeno tra noi, nemmeno nei sindacati dei lavoratori. Non parliamo dei media e di conseguenza della politica, delle istituzioni e dell'opinione pubblica.

1. SUL PIANO DELLA PREVENZIONE PRIMARIA
Il rischio amianto va eliminato alla fonte con il completamento delle bonifiche. Nessuna tolleranza nei casi in cui gli impianti e gli ambienti di lavoro non siano stati ancora messi in sicurezza e bonificati.
Le aziende nelle quali la presenza di amianto si è protratta nel tempo dopo il 1992 e che non ne hanno valutato i rischi, né adottato le misure di prevenzione e protezione dei lavoratori, ne devono rispondere sul piano delle responsabilità d'impresa (penali e civili). Non è ammissibile che fra qualche anno, di fronte a nuovi morti per neoplasie causate dall'amianto, i familiari delle vittime e le associazioni degli esposti ci rinfaccino dove eravamo e cosa stavamo facendo, come sindacati, RSU, RLS e lavoratori interessati per prevenire il rischio asbesto.
Pertanto, in tutti quei casi in cui persistono casi di mancata prevenzione per i lavoratori esposti al rischio amianto, far sospendere l’attività intervenendo sui servizi di medicina preventiva delle ASL ed investire i CIV provinciali dell’INAIL per le implicazioni di natura assicurativa e
risarcitoria.

2. SUL PIANO DELLA SORVEGLIANZA SANITARIA
Cominciamo a denunciare i medici competenti e i datori di lavoro che -dal 1991 -avevano l’obbligo di tenere il registro degli esposti al rischio amianto e non l'hanno fatto. Insistiamo con le Regioni e le Province affinché siano adottati protocolli di sorveglianza sanitaria, ai quali gli esposti ed ex-esposti possano aderire volontariamente. Chiediamo di intensificare la ricerca per l'individuazione sia dei co-fattori (le condizioni che generano maggiore suscettibilità) nella genesi del mesotelioma, sia dei fattori che inducono una maggiore resistenza nelle persone esposte all'amianto. Ciò potrebbe aprire la strada alla prevenzione secondaria e alla cura del tumore nei soggetti esposti.

3. SUL PIANO DEL RISARCIMENTO DEL DANNO
Il decreto attuativo per la creazione presso l’INAIL del Fondo nazionale delle vittime per amianto approvato dalla Finanziaria 2008 è alla firma del ministro del welfare, Maurizio Sacconi dal mese di aprile. Se ci sono obiezioni di merito alle modalità di istituzione del fondo il ministro ha il dovere di dirlo, se invece ci sono problemi burocratici il tempo della decenza per apporre una firma è ampiamente scaduto. Pertanto insieme alle AEA dovremo mettere in campo le opportune azioni di pressione affinché non si perda più tempo. Il problema semmai è l’esiguità delle risorse destinate al Fondo, del tutto insufficienti a risarcire effettivamente le vittime dell’amianto ed i loro familiari. Infatti, l’onere a carico dello Stato è di soli 30 milioni di euro nel 2008, 30 milioni nel 2009, 22 milioni dal 2010 in poi, a cui dovranno aggiungersi i contributi delle imprese (1/3 di quelle dello Stato, 10 milioni nel 2008). Pur con questi limiti è, comunque, importante avviare il Fondo aprendo nel contempo una campagna affinché le imprese, che hanno causato l’esposizione professionale, ambientale e domestica al rischio amianto e ai danni umani e sociali conseguenti, contribuiscano effettivamente al finanziamento del Fondo. La prima ipotesi è che apportino almeno 120 milioni di euro per anno oltre ai 30 milioni da parte dello Stato; la seconda è che sia l’INAIL a finanziare interamente il Fondo, ma rivalendosi proporzionalmente ai danni risarciti nei confronti di quelle imprese (il 93 per cento del totale) che non hanno mai pagato il premio supplementare per l’asbesto.

In assenza del Fondo (esprimo il punto di vista della mia organizzazione) non resta che patrocinare cause di natura legale per affermare il principio di verità e giustizia riguardo le morti di amianto e tutelare la dignità delle persone.

4. SUL PIANO PREVIDENZIALE
Dobbiamo continuare -per via amministrativa e/o legale -a sostenere il giusto risarcimento dei lavoratori effettivamente esposti all’amianto, attraverso l’uscita anticipata dal lavoro come forma di compensazione per l’aspettativa (media) di vita, che per gli esposti ed ex-esposti all’amianto è inferiore all’aspettativa media di vita per l’insieme dei lavoratori e per il totale della popolazione.

Parto dall’ultimo atto amministrativo del precedente Governo, il D.M. 12/03/2008 pubblicato nella G.U. del 12/05/2008, in applicazione della Legge n. 247 approvata il 24 Dicembre 2007. Su questo decreto c’è stato il ricorso al TAR del Lazio delle “associazioni esposti amianto” per illeggittimità degli atti amministrativi dell’INAIL, conseguenti ad un’interpretazione ministeriale non conforme alla morma approvata dal parlamento. La prima riunione del TAR del Lazio sulla materia , fissata ai fini della sospensiva, ha disposto il rinvio al 13 ottobre con un’istanza dei ricorrenti affinché ci sia quel giorno una decisione di merito.

Come Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm-Uil condividiamo il merito del ricorso, ma abbiamo unitariamente ritenuto non opportuno ricorrere al TAR, giustificando il blocco da parte INAIL degli esami delle domande presentate da migliaia di lavoratori. L’evoluzione temporale della gestione delle problematiche previdenziali inerenti il rischio amianto è stata molto diversa, sia nei territori che nei vari settori. Basti pensare alle diverse tempistiche con cui sono state presentate le domande per il riconoscimento di esposizione, affrontati i contenziosi amministrativi con Contarp-INAIL regionali e INAIL territoriali, avviate e gestite le cause legali.

Per queste ragioni abbiamo, oggi, contemporaneamente persone, fabbriche e territori le cui domande di riconoscimento per esposizione al rischio amianto non sono ancora state esaminate dalle rispettive INAIL e abbiamo persone e fabbriche, il cui contenzioso amministrativo con l’INAIL si sta spostando sui periodi di esposizione -oltre gli anni precedentemente certificati -in quanto gli interventi di bonifica si sono realizzati ben oltre il 1992 e, in alcuni casi, devono tuttora realizzarsi. Ma insieme a queste differenze temporali c’è una grande disparità di risultati, che in molti casi sta creando un diffuso malessere e una reazione negativa verso gli stessi sindacati. Molte di queste iniquità hanno origine in alcune incongruenze della norma e sono state prima il prodotto di procedure farraginose, poi dei cambiamenti legislativi peggiorativi introdotti nel tempo. E’ il caso, in primo luogo, del D.L.269/2003 convertito in Legge (pur con alcune modifiche) che ha creato un “doppio regime” e una data ultima per la presentazione delle domande e, in ultimo, della L.247/2007 (Norme di attuazione del protocollo del 23 luglio 2007) a cui ha fatto seguito un peggiore Decreto attuativo del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale, pubblicato in G.U. il 12/05/2008.

Le disparità nel riconoscimento, che fanno a pugni con il principio “a parità di esposizione, parità di trattamento”, sono dipese da molte ragioni: dal giudizio soggettivo del magistrato; dalla serietà e capacità con cui si sono impostate e gestite le cause legali; dalle diverse modalità con cui le Contarp regionali hanno ricostruito il ciclo di lavoro, raccolto documentazione, testimonianze ecc. e le INAIL territoriali gestito i contenziosi amministrativi; dalla possibilità di dimostrare da parte dei lavoratori (a cui la legge attribuisce l’onere della prova) l’avvenuta esposizione; dall’essere rientrati o no come unità produttiva nelle linee d’indirizzo definite dal Ministero del Lavoro nel 2000-2001; dall’interesse o meno dell’azienda di gestire l’uscita anticipata per l’amianto anche ai fini di ridurre eccedenze occupazionali, fino a veri propri abusi su certificati di riconoscimento rilasciati -oggi al vaglio della magistratura -in ambito portuale e industriale a Genova, dove tutta l’INAIL è inquisita penalmente.

Tutto ciò, come si deduce facilmente, ha prodotto palesi disuguaglianze di trattamento sia nell’ambito della stessa azienda tra unità produttive diverse, sia tra persone della stessa azienda e/o settore con mansioni equivalenti.


CHE FARE

Bisogna riaprire un tavolo sull’amianto al Ministero del Welfare, attraverso un’azione confederale verso il Governo ed una spinta inevitabile della nostra categoria. Il tavolo dovrà riaffrontare il tema nelle sue tre articolazioni: prevenzione e sorveglianza sanitaria, risarcimento (fondo nazionale vittime), “benefici” previdenziali (contenziosi aperti).
L’aspetto delle bonifiche va ripreso con il Ministero dell’Ambiente e con le singole Regioni.

1) Per prima cosa dobbiamo chiedere a CGIL, CISL, UIL nazionali di inviare una formale richiesta d’incontro. Per ottenere il tavolo bisognerà realizzare azioni sindacali unitarie articolate nei singoli territori, coinvolgendo i lavoratori delle realtà aziendali ancora interessate alla problematica amianto, facendo pressione -attraverso le Prefetture ed i politici locali (parlamentari, sindaci ecc.) -nei confronti del Ministero del Welfare (Ministro Sen. Maurizio Sacconi, Sotto Segretario Sen. Pasquale Viespoli).

2) In secondo luogo, visto che siamo stati insieme ad altri i promotori della raccolta di firme a sostegno del Disegno di Legge presentato dal “senatore Casson e altri”, dobbiamo chiedere - insieme alle associazioni degli esposti amianto e ai firmatari del Disegno -un incontro urgente con il presidente del Senato, Schifani affinché si avvii l’iter parlamentare di approvazione.

3) Infine, per ciò che riguarda gli aspetti inerenti ai benefici previdenziali, è chiaro che nulla si sbloccherà prima del pronunciamento del TAR del Lazio, per cui dobbiamo articolare l’iniziativa nei territori con una possibile iniziativa su scala nazionale, tenendo conto dell’evoluzione nel tempo di tutta la questione amianto.

Una cosa è certa. Dobbiamo preparare i lavoratori esposti ed ex-esposti all’amianto, e le strutture sindacali coinvolte, a sostenere una nuova fase di lotta e mobilitazione. L’amianto, che ci faccia piacere o no, continua a essere un’emergenza sanitaria e una questione sociale da gestire.

Gianni Alioti - Ufficio Ambiente e Sicurezza FIM-CISL nazionale

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